Maracanã Village

Biografia:

Dario De Dominicis (Roma 1965) lavora come fotografo professionista dal 1993, e ha pubblicato i suoi lavori su diverse riviste italiane e internazionali. Dal 1998 ha rivolto sempre di più la sua attenzione alla fotografia documentaria realizzando diversi progetti personali. Nel 2001 ha pubblicato sul Corriere della Sera Magazine un’inchiesta, durata quattro anni, sui movimenti monarchici in Italia. Dal 2002 al 2009 ha insegnato fotogiornalismo presso l’Istituto Statale del Cinema e Televisione Roberto Rossellini di Roma. Dal 2003 al 2009 ha tenuto corsi di foto- reportage a Officine Fotografiche e in altre scuole della capitale. Nel 2004, ha pubblicato il suo primo libro in bianco e nero “Una storia cubana”, edito da Postcart. Questo progetto a lungo termine riassume un’indagine di dieci anni sulla trasformazione in atto a Cuba dopo la caduta del blocco socialista europeo. Nel 2009 si trasferisce a Rio de Janeiro. Dal 2011 al 2016 ha collaborato con le principali testate giornalistiche europee per le quali ha seguito le vicende socio-politiche brasiliane in preparazione dei Mondiali FIFA e delle Olimpiadi. Tra il 2012 e il 2013 realizza diversi viaggi in Amazzonia per la documentazione fotografica del libro “Soldati di Gomma”, pubblicato nel 2015 da Escrituras Editrice. Tra il 2013 e il 2017 ha seguito un importante pellegrinaggio dedicato alla figura di San Francesco, che si svolge nel nord-est brasiliano. Il lavoro è stato esposto a Roma e a Rio de Janeiro e fa parte di un film-documentario sulla fotografia, prodotto dalla Globo Film. Dal 2014 documenta le gravi conseguenze che l’inquinamento marino sta provocando sull’economia e sulla salute della comunità di pescatori artigianali della baia di Guanabara. Questo progetto fotografico nel 2020 ha ottenuto il primo premio nella sezione “Madre Terra” del Festival della Fotografia Etica di Lodi e nel 2021 è stato finalista al W. Eugene Smith Fund Grant.

descrizione:

Nell’ottobre del 2006, alcuni Indios brasiliani appartenenti a diversi etnie provenienti da tutto il paese, hanno occupato un antico edificio coloniale abbandonato che sorge a soli 300 metri dallo stadio Maracanã di Rio de Janeiro In passato il palazzo era stata la sede dell’antico Museo dell’Indios, il primo museo dell’America Latina dedicato esclusivamente alla cultura indigena e inaugurato nel 1953. Successivamente, nel 1977, il Museo fu trasferito nella sua sede attuale nel quartiere di Botafogo. Con l’arrivo dei Mondiali di calcio del 2014 e la ristrutturazione del vicino stadio Maracanã, la Prefettura di Rio aveva deciso di demolire l’edificio, per costruire un parcheggio o un centro commerciale. Gli indios, invece, volevano creare un centro culturale dedicato alle loro tradizioni e che fosse anche un appoggio logistico per tutti gli indios di passaggio in città. La pressione del governo si è fatta più intensa durante gli ultimi mesi del 2012 a causa dell’avvicinarsi del mega-evento sportivo. Gli indios si preparavano a difendere il palazzo con tutte le loro forze. Attivisti e movimenti popolari per i diritti umani si sono uniti alla lotta indigena. Alcuni persone si sono trasferite nell’edificio e hanno vissuto per settimane insieme agli indios . Nel marzo del 2013, la polizia in tenuta antisommossa ha invaso il vecchio complesso museale ed ha espulso tutte le persone che hanno fatto una resistenza pacifica. Successivamente gli indiani hanno occupato l’edificio altre due volte, ma ogni volta la polizia li ha rimossi con la forza. Nel giugno del 2013 il Brasile ha ospitato la Confederations Cup in un clima di grande tensione sociale. In quei giorni milioni di persone sono scese in piazza per protestare contro la politica del governo e molte partite di calcio si sono giocate con l’esercito brasiliano schierato fuori dagli stadi. Grazie ai social network la storia del Villaggio Maracanã è diventata un simbolo di resistenza per gran parte della società civile carioca.

Anno realizzazione: 2011-2013

TEMI TRATTATI:

Mondiali di calcio, lotta indigena, Rio de Janeiro, America Latina.